Baco Arte Contemporanea

Portfolio

Metafotografia.
Dentro e oltre il medium
nell’arte contemporanea

A cura di Sara Benaglia e Mauro Zanchi

Con opere di Giulia Flavia Baczynski, Alessandro Calabrese, Paolo Ciregia, Giorgio Di Noto, Irene Fenara, Simone Monsi, Maurizio Montagna, Caterina Morigi, Alberto Sinigaglia, Lamberto Teotino, The Cool Couple, Alba Zari.

Catalogo edito da Skinnerboox.

Mostra promossa dalla Fondazione MIA di Bergamo, col patrocinio del Comune di Bergamo e col sostegno della Fondazione ASM-Gruppo A2A.

Metafotografia è un progetto espositivo che coinvolge l’avanguardia fotografica contemporanea italiana. Gli algoritmi di correzione dell’immagine, il deep web, la codificazione dell’immagine in stringhe di numeri, l’archivio, l’utilizzo delle telecamere di sorveglianza e dello scanner invece di un obiettivo sono solo alcuni dei metodi e delle modalità di ricerca adottati.
Dalla vittoria dello Spettacolo predetta da Debord, attraversando il postfotografico di Fontcuberta, due generazioni si pongono il quesito di quale sia la natura dell’immagine alla luce di un cambio di paradigma visuale combinato con i cambiamenti sociali e tecnologici che lo hanno accompagnato.
Gli artisti coinvolti nel progetto sono: Giulia Flavia Baczynski, Alessandro Calabrese, Paolo Ciregia, Giorgio Di Noto, Irene Fenara, Simone Monsi, Maurizio Montagna, Caterina Morigi, Alberto Sinigaglia, Lamberto Teotino, The Cool Couple e Alba Zari.

La fotografia è in continua evoluzione, come tutto del resto. Ma ancora oggi non è stato fatto un grande cambiamento rispetto alla fotografia tradizionale e alla sua capacità di trasformare lo spazio tridimensionale in una forma bidimensionale ridotta, attraverso il controllo dello spazio, della luce e del tempo. Le nuove tecnologie hanno solo accelerato il processo di rinnovamento del linguaggio fotografico. Qualche artista ha ibridato la fotografia con video e computer grafica, con linguaggi non visivi e con piattaforme informatizzate, con metodologie in uso alle scienze etno-antropologiche. Ma siamo ancora molto distanti da un’oltrefotografia, ovvero da una via per comprendere più in profondità la nostra natura e i nostri sviluppi futuri. La macchina fotografica sarà il corpo stesso, l’atmosfera che lo contiene, una preveggenza, una visione estatica indotta dall’interno? La tecnologia è necessaria per estendere la visione, o tutto parte dall’interno senza bisogno di induzioni esterne? Dovremmo andare oltre l’area di interazione della computational photography, quella predetta dal film Blade Runner nel 1982, con la macchina fotografica Esper. Per evolvere servirà un medium più sottile. Il visibile è già stato tutto mappato e nulla è rimasto da fotografare ormai? Google e gli innumerevoli archivi del mondo mostrano tutto ciò che esiste ed è visibile? Sarà vero che noi umani fino a ora siamo riusciti a vedere solo il 4% della materia esistente? Abbiamo miliardi di fotografie eppure non è ancora stato individuato e colto il restante del mondo. Il 96% è classificato in parte come materia oscura, in parte con l’energia oscura. Cosa intendiamo allora quando parliamo di fotografia? Ci riferiamo al 4% del visibile o anche a qualche percentuale dell’invisibile o dell’energia oscura? Esiste una possibilità di cogliere una realtà esistente ma non evidente ai mezzi basati sull’utilizzo della luce? Il medium da utilizzare per cogliere e rendere visibile queste altre possibilità dell’esistente è il pensiero stesso o è il cuore o altro? O dovremo prima riuscire ad attivare le parti del cervello che abbiamo dimenticato di utilizzare?
Lanciamo uno slogan, parafrasando quello della Kodak di molti anni fa: «Voi non premete il pulsante e la metafotografia farà il resto». Che cosa è dunque il resto? Cosa potrebbe rappresentare? Innanzitutto, questo “resto” è ciò che conta realmente, ciò di cui abbiamo bisogno ma non è ancora rivelato. Cerchiamo di lavorare su quel resto, sul rimasto inesplorato. Un agire su qualcosa che ha lasciato una traccia, come il fondo del caffè nella tazza, inteso come un correlativo oggettivo di un detrito della fotografia, reinterpretato alla maniera degli aruspici. Mettere in luce un processo, anche, decifrare una sorta di funzione che è visualizzata pure dalla fotografia. Rappresenta parte del mondo (sia interiore sia esterno) e alcune dimensioni sconosciute, che non abbiamo ancora intuito o individuato. E non mi riferisco a nuovi oggetti e soggetti fotografici ancora non identificati ma il tentativo di creare opere e situazioni che prescrivano un senso, nuovi spazi di possibilità. La metafotografia è dunque anche una modalità che cerca di andare più in là della mera estetica dell’istante privilegiato. È necessario andare oltre la superficialità della “bella foto”, e anche oltre la postfotografia, oltre la furia delle immagini che già esistono – già scattate, prodotte, trovate, accumulate, ritagliate, classificate, archiviate -, e rivedere l’immagine, il suo potere evocativo, ampliando i confini, dilatando le sue qualità profetiche, indagando anche le tracce di una realtà visibile e invisibile al contempo. È necessario rapportarsi con l’immagine anche con un’altra prospettiva, intendendola come porta utile per tornare a vedere ciò che non vediamo più o che non abbiamo ancora intuito. Perché l’immagine non vale solo come superficie delegata a testimoniare un referente reale, ma può essere medium per comprendere ciò che ancora non vediamo e che ci contiene. La metafotografia cerca di far affiorare i meccanismi percettivi di un’immagine, lo spostamento fisico mentale che un’immagine visiva mette in azione. È un’alterità enigmatica. Si cerca di uscire da un punto spaziale preciso, oltre la pellicola o il sensore, per coinvolgere il fruitore, così da farlo diventare parte integrante dei meccanismi devianti, dove persistono incontrollabili elementi, anche casuali. La metafotografia intende manifestare in modo tangibile la presenza di una seconda o ulteriore realtà, parallela a quella vivente ma non meno importante di quella reale.

Nell’immagine guida della mostra, la fotografia tiene in equilibrio la metafotografia – “in palmo di mano” (come direbbe Franco Vaccari) o sopra le spalle di un gigante (usando un’immagine della tradizione) -, la spinge verso l’alto, verso l’alterità della sospensione, per tentare di farle vedere nuovi orizzonti, altre possibilità, ulteriori connessioni.